MOGLI E SCACCHI OVVERO LA TEORIA DELLE CONVERGENZE PARALLELE

di Ivano Pedrinzani

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La necessaria premessa è che, malgrado i grandi passi avanti, gli scacchi rimangono ancora uno sport prettamente maschile. I motivi? Probabilmente non ne esiste uno solo, realisticamente esiste una certa dose di retaggio storico, ma almeno 2 punti possono dirsi sicuri:

  1. Non è questione di minore capacità come spesso si sente dire da vecchi scacchisti un po’ misogini o in vena di scherzi (come non ricordare la famosa frase di Karpov:  “perché non ci sono donne capaci di diventare campioni del mondo degli scacchi? Perché non sono in grado di stare zitte per quattro ore di seguito”)
  2. Negli ultimi anni il gap a livello elevato si è assottigliato con numerose donne assurte al gotha del gioco professionistico.

Qui però non ci occupiamo degli scacchi ai massimi livelli, ma del gioco di base, quello dei circoli e dei semplici giocatori di categoria nazionale che amano passare le serate in luoghi spesso fatiscenti e polverosi, mimando riunioni carbonare e torturando le già misere capacità del proprio intelletto scacchistico.

Se entrate in uno di questi circoli potete scommettere con buona sicumera di vincere che:

  1. non troverete donne
  2. troverete tanti uomini che tra una partita e l’altra disquisiscono su come giustificare con la legittima consorte il loro ritardato rientro a casa

E qui entriamo nel vivo delle nostre riflessioni.

Visto che il  48,7% degli uomini è sposato (dati Istat), visto che  gli esempi virtuosi di scacchisti sposati con scacchiste esistono, ma sono una percentuale infima (qui non ho il dato Istat e vado a naso), ecco che subentra, per lo scacchista qualunque delle nostre riflessioni, il problema di giustificare perché, invece di stare a casa a preparare la cena, fare una lavatrice, aiutare i figli a fare i compiti, fare piccoli lavori di manutenzione, far sentire alla moglie la propria vicinanza, ecc, ecc (l’elenco non vuole essere esaustivo ma è uno spaccato ben rappresentativo delle più gettonate accuse di provenienza consorte) se ne sta a muovere pezzetti di legno su una scacchiera di 64 caselle a colori alternati.

Di fronte a questi attacchi lo scacchista solitamente dà dimostrazione di una fantasia e di un calcolo combinatorio che, se fosse applicato alla sua passione, comporterebbe immediatamente un  incremento di almeno 100 punti elo.  In tanti anni ho sentito decine di scuse diverse, sempre pronto ovviamente a rielaborarle e renderle spendibili nella mia realtà. Questo perché, come si suole dire, da sempre il saggio è saggio di saggezza altrui; noi scacchisti dilettanti abbiamo quindi un forte senso di complicità tra condannati e ben volentieri rinunciamo al copyright sulle nostre invenzioni.

Spesso troviamo ispirazione anche dall’ambiente esterno. Ricordo una volta che un “collega” (premetto fin da ora che tutti gli aneddoti che citerò sono rigorosamente veri ma altrettanto rigorosamente privi di qualsiasi indicazione sul nome del colpevole…qualche moglie potrebbe leggere) mi disse entusiasta: “ho usato il sistema del Necchi, funziona!” Di fronte al mio sguardo interrogativo ma profondamente interessato (come detto le scuse se ben catalogate rappresentano un preziosissimo bacino comune da riutilizzare) il collega mi ricordò la famosa scena del Necchi interpretato da Renzo Montagnani in Amici miei atto II. Il Necchi vuole andare a fare la classica zingarata con gli amici, ma non sa come ottenere il permesso dalla moglie che gli rimprovera scarso attaccamento al lavoro (la coppia gestisce un punto di ristoro) e le sue frequenti assenze nel menage familiare… immagino che chiunque sia in grado di individuare la profonda similitudine della situazione, similitudine che uno scacchista coglie immediatamente come individuerebbe una rete di matto sulla scacchiera. La genialata di Necchi consiste nel far arrivare alla moglie un mazzo di fiori con bigliettino anonimo su cui è scritto “con ardore”, essere presente in casa quando viene recapitato il mazzo e, sfruttando l’anonimato del regalo, avviare una violenta scena di gelosia. La sfuriata si conclude con un programmato “fammi andare via prima di fare uno sproposito” dopodiché il Necchi esce sbattendo la porta. La moglie rimane lì pensando chi possa essere l’anonimo ammiratore e, sotto sotto, lusingata dalla scena di gelosia del marito, mentre il Necchi corre verso la sua serata di libertà.     

Tanto per rimanere in tema: che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione (l’indimenticabile insegnamento del Perozzi sempre in Amici miei).

Per la cronaca il mio amico precisò anche che il suo budget era inferiore a quello previsto dall’indimenticabile regista Monicelli, per cui se la cavò con un mazzo di tre rose rosse rispetto alle 12 previste nel film.

Attenzione però, come ogni scacchista sa, le scuse posso essere utilizzate al massimo 1 o 2 volte, poi la controparte inizia a calcolare, arguisce lo schema sottostante, trova il controgioco e sono dolori. Insomma anche a scacchi se battete l’amico con il sacrificio tematico in h7 difficilmente poi potrete reiterare con lui lo stesso schema.

Fanno eccezione, e quindi è doveroso citarle, le cosiddette scuse revolving (ovvero utilizzabili quasi all’infinito). Sono le più ambite dagli scacchisti perché diventando tradizione, risolvono le angosce dell’immediatezza e per di più presuppongono scarso impegno creativo …un po’ come dare matto con torre e re contro re, è solo questione di tecnica. Attenzione però, sono anche le più insidiose perché nulla più della routine fa abbassare la tensione e mina la precisione. Volete un esempio? Una sera stavo giocando con un amico e tra una blitz e l’altra, sempre per la serie mettiamo a fattor comune, gli chiesi come aveva risolto per quella sera.  Lui trionfante: “No problem, mia moglie sa che tutti i lunedì faccio tardi al lavoro perché è il giorno che c’è il capo in ufficio”.  Il tono con cui me lo diceva ben rendeva l’entusiasmo di chi sa di essere in possesso di una delle cosiddette scuse revolving da sempre ricercatissime. Ma come detto proprio per il loro carattere abitudinario sono le più insidiose. Ancora oggi soffro ripensando al viso di colpo angosciato del mio amico quando gli risposi: “si certo, però oggi salvo errori è mercoledì”     

La sensazione di uomo al fronte sotto il tiro del nemico ci rende insicuri, tesi, stanchi dall’aver costretto i nostri neuroni ad un sovraccarico di vigilanza e concentrazione (avete in mente come uscite da una partita di scacchi durata 5 ore e finita con un lunghissimo finale di torre e pedoni? Ecco uguale). Tutto ciò comporta a volte l’incapacità di distinguere falso dal vero fino a subire un distacco dalla realtà.

Una sera scrissi una specie di volantino dai toni a mio avviso -lascio comunque a voi giudicare- palesemente scherzosi, perché un vero uomo è conscio che la vita è una tragedia a campo corto ma una commedia a campo lungo e quindi sa ridere delle proprie sventure. In pratica nel volantino, premurosamente affisso in bacheca, si promettevano a pagamento una serie di aiuti agli iscritti assicurati dal consiglio direttivo: Il volantino è riportato qui sotto.

In breve si formò un capannello di persone in lettura mentre io, seduto alla scacchiera, attendevo si un avversario, ma specialmente i complimenti per il mio sottile umorismo. Fu estremamente indicativo che il primo che aveva finito di leggere, fattosi largo tra gli altri correi, si avvicinasse e invece di complimentarsi per le quattro risate suscitate, mi chiedesse estremamente serio (vi assicuro non scherzava ed anzi la smorfia sul viso denotava che era in pieno ragionamento analisi costi benefici) se i prezzi fossero trattabili.

Uno dei momenti di maggiore eccitazione al circolo, molto più di una visita di un Grande Maestro, è poi quello in cui si scopre che l’ultimo iscritto è avvocato di professione. Eh sì, perché allo scacchista medio nei momenti lucreziani di intervalla insaniae, non manca la consapevolezza dell’ineluttabilità di percorsi già scritti (se avete studiato bene una qualsiasi apertura sapete benissimo verso che tipo di struttura pedonale andate e quale sarà il mediogioco che vi troverete di fronte). Uno degli epiloghi possibili (probabili) del nostro comportamento è infatti il divorzio e sarebbe sciocco non arrivarci preparati. Avere un avvocato scacchista che è vicino al vostro dramma, che conosce i vostri peggiori incubi, che siede vicino a voi nella trincea, aiuta e dà se non altro una parvenza di tranquillità. Tanto per rimanere in storia di vita vissuta, fu sicuramente arguto da parte mia (a volte, raramente, anche io trovo la mossa da applausi) proporre all’avvocato D.Z. (ho detto che non faccio nomi, metto solo le iniziali, se lui legge si riconoscerà) una sorta di convenzione, in qualità di matrimonialista, riservata ai nostri associati. Tra l’altro, il professionista in questione, sembra ben scelto avendo in passato già difeso, con successo, un amico scacchista appunto in una causa di separazione.

Voglio comunque spezzare una lancia a favore delle nostre avversarie. Diciamolo, a volte noi scacchisti, spinti dalla passione, esageriamo e il voler cogliere sempre qualunque occasione propizia ci rende vulnerabili al cosiddetto fattore X. Una sera mi chiama un mio compagno di sventura (spero che mi legga perché oggi è in grado di sorridere ripensando all’evento) e mi invita a passare una serata in una birreria a San Lorenzo, ritrovo di alcuni scacchisti. Alla mia domanda sulla genesi di tanta inaspettata libertà mi racconta trionfante che deve andare a riprendere il figlio reduce da una festa di adolescenti all’1,30 di notte. La moglie, conscia dell’estremo sacrificio del consorte, peraltro prontamente ingigantito e reso quasi epico dal nostro eroe tramite sottolineatura della dura giornata di lavoro che l’attendeva l’indomani, gli aveva concesso di uscire prima a bersi una birra. Attenzione anche in queste occasioni lo scacchista sa che nel sottilissimo gioco delle parti è sempre meglio non citare la parola “scacchi”, la moglie comunque aveva già immagazzinato le due informazioni: birreria e scacchi (questa precisazione vi sarà utile nel proseguo).  Insomma il mio amico aveva mirabilmente portato a suo vantaggio l’affetto di una madre che per il bene di un figlio è disposta a qualsiasi cedimento. Mi complimento per l’ammirevole gestione della inattesa opportunità e acconsento, pur premettendo che non potrò rimanere con lui fino a ora così tarda (per me l’indomani era davvero una giornata difficile). Tutto procede secondo i piani: incontro in birreria, inizio della fase giocata e, passata la mezzanotte, mio annuncio che è arrivato il momento di rientrare. L’eroe che vuole assaporare, mai sazio, ogni minuto di quella droga che è la libertà, affermò invece la sua volontà di rimanere lì a giocare fino all’ una di notte con avversari occasionali, presenti nella birreria, in attesa di andare a recuperare il figlio. Vi dico ora come finì, considerate che io seppi il tutto solo la mattina dopo dallo sfortunato protagonista (che chiamerò signor P) e quindi è ipotizzabile che la versione sia stata un po’ edulcorata per coprire le proprie colpe.   Premetto che la birreria in questione è caratterizzata da mura spesse per cui i cellulari sono privi di segnale. Il sig. P, ebbro non di birra ma della sua libertà, continua a giocare dimentico di tutto, di tutti… e del figlio. Verso le 2 guardando per caso l’orologio si rende conto della tragedia. Sbianca, lascia la partita incompiuta (questo particolare sulla partita interrotta non mi fu riportato, ma come detto P probabilmente ha glissato sulle colpe peggiori), si alza di scatto e corre fuori verso la macchina promettendo sacrifici votivi agli dei e pregandoli di aver pietà di lui. Mancava solo un gruppo di coreuti che come nella tragedia greca rimarcassero il suo peccato di superbia.  Nel momento in cui esce torna ovviamente il segnale e il cellulare inizia a suonare come un flipper (l’immaginifico paragone è del sig. P): sono tutte le notifiche delle chiamate fatte dal figlio che dall’1,30 è in mezzo alla strada e non sa che fare e dalla moglie che, allertata dal figlio traditore, lo cerca mentre medita le più truculenti torture. La moglie intanto (questo me lo raccontò lei) non riuscendo a chiamare il cellulare del marito e avendo solo informazioni vaghe (“vado nell’attesa in una birreria San Lorenzo” mentre l’altra parola chiave “scacchi” l’aveva aggiunta di suo per default) inizia a cercare su internet “birreria scacchi” alla ricerca di un numero fisso. Ahimè la scarsa diffusione del nostro gioca comporta che i primi risultati dei motori di ricerca siano semplicemente birrerie che hanno il pavimento a scacchi… immaginatevi la faccia stupita dei gestori dei locali che verso le 2 di notte rispondevano alla telefonata di una donna esagitata che cercava uno che stava giocando a scacchi.

Tutto il racconto di cui sopra è per ammettere che anche noi a volte abbiamo le nostre colpe, ma è altrettanto vero che quasi sempre ci troviamo a combattere con avversari il cui odio per il nobil gioco è ormai sconfinato e rasenta la patologia.

Conosco uno scacchista che per più di un anno ha tenuto segreta la sua passione. La più cara amica della moglie infatti era a sua volta moglie di uno scacchista e tra amiche si sa come va: la seconda raccontava alla prima le inenarrabili nefandezze del marito e la sua colpevole trascuratezza, la prima rimarcava la sua completa comprensione per tale pena. Quando una volta il mio amico stava facendo outing, la moglie -ignara dell’atto di eroismo che stava compiendosi- se ne era uscita ricordando la storia dell’amica e esternando il suo odio per il “passatempo deficiente” del marito della sua amica. La tentazione di outing era subito e prontamente rientrata.

Altri hanno la sfortuna di avere la moglie sempre vigile e sul chi va là (sono le più difficili da trattare) e in grado quindi di rintuzzare qualsiasi tentativo di adescamento. Giocano posizionali, fanno della profilassi il loro mestiere e la loro capacità di prevenire qualunque attacco farebbe impallidire il miglior Petrosjan.  Il marito ti propone una vacanza in una località di mare? Lei pronta chiede se in quel posto è per caso previsto un torneo di scacchi. Tu inavvertitamente per dormire ti metti una vecchia t-shirt con un logo scacchistico? In pochi secondi, prima di comprendere nel suo insieme il meccanismo completo di causa effetto, ti ritrovi a dormire sul divano. Sono le più crudeli, quelle che riescono a punirti per ogni tua debolezza strutturale, che sfruttano ogni tua imprecisione nelle mosse. Tu hai il coraggio di dire solo il sabato sera che la domenica successiva “dovresti” giocare il Cis?  Lei, invece di comprendere il tuo dramma e le tue umane paure, che è un mese che cerchi il coraggio di dirlo, con falsa dolcezza satanica ti dice che l’indomani ha invitato la madre a pranzo… certo se lo avesse saputo prima… (ovviamente detto con un sibilo tra le parole che ti ricorda un cobra pronto all’attacco).    

Con la sagacia tipica dell’uomo emiliano un circolo di Bologna ha provato a ribaltare completamente il piano del ragionamento. Si veda la foto qui sopra. Il garbato tentativo di convincimento è in realtà una figura tipica della retorica classica, la cosiddetta  entimema.  Il retore avvia un processo di deduzioni partendo da premesse non necessariamente vere ma solo verosimili: premesso che il marito a casa vi dà fastidio, è un brontolone, perché voi mogli non lo portate al circolo? Il circolo a modico prezzo (il tesseramento) vi offrirà di fatto un servizio di babysitteraggio per alcune ore. Come si vede si decide di andare direttamente nelle file nemiche (le mogli) e prendere posizione. E’ una tattica ambiziosa, sembra un po’ il pedone bianco “e” che nella Alekhine corre da solo verso le file avversarie e ahimè il più delle volte è destinato a perire ed essere scambiato dopo poche mosse. Sono scettico infatti sull’usare al posto dell’inganno la retorica; di fronte alle nostre mogli per qualche inspiegabile motivo sembriamo sempre un balbuziente che stia discutendo con Demostene. Sono comunque curioso di conoscere i risultati e mi riprometto di telefonare al simpatico Presidente del circolo bolognese per un aggiornamento.

Se siete arrivati a leggere fino a qui le motivazioni possono essere solo due: o temevate di riconoscervi in qualcuno degli aneddoti che avrei elencato (e specialmente temevate che mi  sarei lasciato sfuggire riferimenti utili alla moglie per la sua prossima arringa accusatoria) o vi attendete ora, da chi apparentemente sembra essere esperto nel campo, non dico una soluzione definitiva, ma almeno qualche consiglio utile.

Purtroppo devo deludervi, sono un dilettante come voi e come voi sembro una scialuppa disastrata che lotta in mezzo ai marosi. Tutto quello che posso fare è aprirvi gli occhi su alcuni elementi fuori discussione, visto che l’abbiamo citata, i cosiddetti tekmeria della retorica classica: i fatti sicuramente veri e incontrovertibili.

  1. Gli scacchi sono uno sport invasivo e totalizzante perché presuppongono ore di studio, ore di partite. La tristezza è che più studi, più capisci il gioco, più lo capisci, più ti affascina per la sua complessità, più hai bisogno di tempo per approfondire
  2. La famiglia è una istituzione altrettanto invasiva e totalizzante e presuppone ore e ore di occupazione aggiuntiva

La contrapposizione è inevitabile e la ricerca dell’equilibrio complessa; l’ambizione di mantenere i due comparti separati e conviventi rischia di produrre una marea di bipolari.  Avete presente la barzelletta sul giocatore minacciato dalla moglie? Prima di un turno di un torneo un giocatore incontra un amico e gli svela la sua inquietudine: “domani devo giocare contro un forte avversario, mia moglie ha detto che si è stancata e che se vengo a giocare divorzia”. L’amico premuroso si informa: “e tu cosa hai deciso di fare?”. Breve riflessione del giocatore: “non so, ancora non ho deciso se aprirò e2-e4 o d2-d4 “  E’ il classico esempio di scollamento dalla realtà, stadio finale di un ineluttabile percorso di autodistruzione.

Volete affrontare razionalmente la problematica? Lasciate per un attimo scacchi e scacchiera da una parte, chiudetevi in una stanza, per par condicio lontano dalla moglie, e fatevi le due domande fondamentali: 1) posso fare a meno degli scacchi? 2) posso fare a meno di mia moglie? Avrete già colto che siamo nel più classico degli esempi del cosiddetto dilemma corneliano e se, come temo, le risposte saranno due no avrete la terribile esperienza di veder sprofondare la vostra vita nella tragica situazione dello zugzwang, esperienza che sicuramente avete già vissuto sulla scacchiera, allorché qualunque azione/mossa  pensiate non fa che peggiorare la vostra situazione  

Ivano Pedrinzani

L’arte del judo e il gioco degli scacchi

di Stefano Innocentini

Per gentile concessione dell’Autore, Socio di questa ASD, riprendiamo l’articolo pubblicato nel suo blog www.iltuoapprofondimento.it

La prima volta che sono salito sulla materassina (tatami, in giapponese) avrò avuto circa dieci anni.

Ricordo ancora quanto dovetti insistere con i miei genitori che proprio non ne volevano sapere di farmi praticare questo sport, all’epoca ancora semi sconosciuto (erano gli anni ’60 ) poiché avevano paura che mi potessi fare male.

Nonostante tutto riuscii a spuntarla e con mia immensa gioia iniziai la pratica di questa bellissima e nobilissima arte marziale proveniente dal Giappone.

Purtroppo la palestra (era una palestra del dopolavoro dei dipendenti del Comune di Roma), chiuse dopo un anno e solo da adolescente, qualche anno dopo, ne trovai un’altra che mi piacesse.

Si trattava della storica palestra Audace, in Via Frangipane (Roma) dove iniziai peraltro a gareggiare come agonista sotto la guida del M° Aureli.

Dopo qualche anno, una serie di vicissitudini tra le quali il lavoro, che mi portò a fare da spola tra Roma e Firenze, mi costrinsero a sospendere la pratica del Judo ma, intorno al 1983, dopo essermi sposato e andato a vivere nella zona est di Roma, mi iscrissi al Nettuno Club dove insegnava il M° Umberto Foglia.

Pur essendo ancora giovane e potendo quindi gareggiare, feci la scelta, condivisa anche dalle idee del M° Foglia, di non lasciarmi prendere da un agonismo esasperato bensì di vedere il Judo per quello che realmente è: uno sport che lancia un messaggio altamente educativo che, se colto, può migliorare il modo di vivere e di essere del praticante.

Infatti, se un insegnante prepara l’allievo solo dal punto di vista agonistico, nel tempo probabilmente avrà creato un bravo atleta ma non per questo avrà contribuito a creare una persona migliore.

Pertanto, ricominciai innanzitutto ad allenarmi moltissimo (quasi tutti i giorni) ma principalmente per il piacere di farlo, lontano da finalità esclusivamente agonistiche.

Ricominciai anche a gareggiare ma sempre dando un’importanza relativa al risultato, ovvero, per me era importante gareggiare per il piacere di farlo e consideravo la gara un momento di verifica: se vincevo un combattimento voleva dire che in palestra avevo lavorato bene ed ero migliorato, mentre se perdevo, questo stava a significare che qualcosa andava rivisto e avrei potuto fare meglio la prossima volta.

Nel frattempo erano nati i miei due figli Simone, nel 1985 e Luca, nel 1989.

Il più grande, che ogni tanto mi accompagnava in palestra per assistere agli allenamenti, rimase affascinato da questa disciplina sportiva e mi chiese di iniziarla anche lui.

Lo seguì, dopo qualche anno, anche Luca e ci ritrovammo tutti e tre sul Tatami, seppur in orari e turni diversi ma con la medesima passione.

Nel 1993 avvenne un fatto straordinario che rappresentò per me un grande onore: l’allora Presidente della FILPJ (attuale FIJLKAM) Matteo Pellicone, dopo aver preso visione del mio curriculum di Judoka, decise di conferirmi “Motu Proprio” la Cintura Nera 1° Dan di Judo “Quale riconoscimento della Sua pluriennale attività e dei meriti da Lei acquisiti nell’ambito del Judo italiano”

Questo riconoscimento, che per qualcuno avrebbe potuto rappresentare un punto di arrivo, ebbe su di me l’effetto di incoraggiamento a proseguire nell’attività judoistica.

Fu così che, trascorsi gli anni necessari per passare di Dan, sostenni l’esame per secondo Dan.

In quest’occasione però, essendo la mia palestra affiliata ad un Ente di Promozione Sportiva riconosciuto dal CONI, si trattò non del grado Federale ma del grado CSEN (fermo restando che il programma d’esame è uguale).

Nel frattempo avevo avuto il piacere di conoscere il Maestro Benemerito di Judo Alberto Di Francia e cominciai a frequentare la sua palestra (Judo Preneste –Sito Internet www.judopreneste.com).

Ogni sabato mattina suo genero, il M° Nicola Ripandelli e il M° Franco Sellari, tenevano presso il Judo Preneste dei corsi di Kata, la cui conoscenza mi era già stata necessaria per il sostenimento dell’esame presso lo CSEN.

Questi corsi erano però particolarmente professionali e decisi di frequentare il Judo Preneste per prepararmi anche all’esame Federale (sempre per il secondo Dan) e inoltre all’apposito corso di preparazione presso il Comitato Regionale Lazio FIJLKAM.

Qui, per capire meglio, bisognerebbe fare una precisazione: tutti i gradi ottenuti presso la FIJLKAM sono automaticamente riconosciuti dagli Enti di Promozione Sportiva del CONI mentre tutti i gradi degli Enti di Promozione Sportiva del CONI non sono riconosciuti automaticamente dalla Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali (FIJLKAM).

In buona sostanza, manca la reciprocità e a mio avviso bisognerebbe fare qualcosa per colmare questa lacuna. Per questo motivo mi sottoposi nuovamente all’esame per secondo Dan (questa volta Federale), che ottenni nel 2002.

Successivamente, desideroso di insegnare questa disciplina, partecipai al corso per istruttori di Judo dello CSEN (del quale ero già allenatore e arbitro regionale) e approfittai dell’occasione per sostenere anche l’esame di 3° Dan.

Nel frattempo anche i miei figli proseguivano nella pratica del Judo diventando entrambi cintura marrone.

Luca però, decise di sospendere tale disciplina fermandosi, appunto, a tale grado.

Simone, il più grande, nonostante alcuni gravi infortuni avvenuti in fase di allenamento, intese proseguire guadagnandosi in gara la cintura nera 1° Dan.

Io nel frattempo mi dilettavo nell’attività di insegnamento e creai anche un’Associazione culturale denominata CISAM (Centro Italiano per lo Studio delle Arti Marziali) di cui fui nominato Presidente e che affiliai allo CSEN.

Inoltre mi dedicai a scoprire anche un’altra Arte Marziale, l’Aikido, del quale sono cintura marrone.

La mia passione, però, era e resta il Judo e in tempi recenti, dopo aver frequentato un apposito corso Federale, sono diventato Presidente di Giuria regionale della FIJLKAM.

Questo è, in estrema sintesi, il mio curriculum sportivo.

Per quanto riguarda invece gli scacchi, anche in questo caso si tratta di una passione di vecchia data che iniziò quando avevo tredici anni ovvero nel 1972.

All’epoca, infatti, si svolse a Reykjavik, in Islanda, il campionato del mondo di scacchi passato alla storia con l’appellativo di “Incontro del secolo” tra il detentore del titolo Boris Spasskij (U.R.S.S.) e lo sfidante Bobby Fischer (U.S.A.).

L’incontro, che si disputò tra l’11 luglio 1972 e il 3 settembre 1972, fu vinto dall’americano per 12,5 a 8,5.

Eravamo in piena “guerra fredda” e l’incontro ebbe una risonanza mondiale anche perché, per la prima volta, fu trasmesso in televisione.

Ricordo ancora che io, alla fin fine piccolino, lo seguii con grandissima attenzione e passione arrivando anche ad acquistare alcuni manuali (oltre a una scacchiera, naturalmente).

Purtroppo però non riuscii a trovare un circolo scacchistico vicino casa e pertanto dovetti, per forza di cose, abbandonare l’idea.

Tra l’altro, forse non avrei avuto il tempo materiale di inserire anche questa passione nella mia routine quotidiana visto che studiavo pianoforte presso il Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma dove tra l’altro superai egregiamente sia la prova di ammissione (sembra strano ma per essere ammessi a studiare uno strumento bisognava dimostrare di saperlo già ben suonare) che, dopo qualche anno, il difficile esame di solfeggio e teoria musicale.

Adesso, che ho sessant’anni e sono finalmente in pensione, sto piano piano ritrovando il piacere di dedicarmi a tanti hobby (o se vogliamo usare il plurale – cosa normalmente sconsigliata – potremmo dire hobbies).

Per quanto riguarda il Judo, dopo una vita trascorsa sul Tatami, ho fatto la scelta di sospenderlo anche per motivi di salute.

Per ciò che concerne il pianoforte, mi diletto a suonarlo quando ne ho voglia e tempo a casa visto che ho un ottimo pianoforte acustico verticale.

Ma dopo tantissimi anni, grazie anche al prezioso aiuto di internet, ho trovato vicino a casa mia un bellissimo circolo degli scacchi (Scuola Popolare di Scacchi) aderente alla Federazione scacchistica italiana (F.S.I.) dove vengono svolti corsi, tornei e ci si può mettere alla prova e conoscerci meglio giocando liberamente il martedì sera.

Finalmente, quindi, dopo circa quarantasei anni sto ritrovando il piacere di avvicinarmi a questa disciplina anche se, per ovvi motivi, sono per forza di cose un principiante.

Nonostante tutto ho partecipato con successo al corso per Istruttore Scolastico Divulgativo promosso dalla Federazione Scacchistica Italiana (aderente al C.O.N.I.).

Frequentando la Scuola Popolare di Scacchi ho avuto modo di constatare che molti scacchisti non solo hanno una formazione scolastica superiore (ovvero diplomati ma, ancor di più, laureandi o laureati) ma spesso provengono da studi di tipo scientifico (non di rado matematica e fisica) il che sembrerebbe avvalorare la tesi secondo la quale esiste un forte legame tra razionalità, calcolo e gioco degli scacchi.

Ma da poco ho scoperto che esiste anche una forte relazione tra scacchi e musica.

Tra l’altro sono numerosi i musicisti appassionati di scacchi nonché ottimi giocatori.

Si possono citare, a titolo d’esempio:

– Francois Philidor (scacchista eccelso del ‘700 ma anche musicista di corte);

– Vasily Smyslov (cantante d’opera);

– Sergei Prokofiev (abile compositore e provetto scacchista);

– Maurice Ravel (1875-1937 – musicista molto noto, tra l’altro per il ‘Bolero’ composto nel 1928);

– Robert Alexander Schumann (compositore, pianista e critico musicale tedesco). Tra l’altro, Schumann scrisse: “Nella musica è come negli scacchi. La regina (melodia) ha il massimo potere, ma il colpo decisivo dipende sempre dal re (armonia)”.

– Ennio Morricone (direttore d’orchestra e compositore di colonne sonore per film);

Ma anche nell’ambito della musica leggera molti artisti sono (o sono stati) anche dei buoni giocatori.

Anche in questo caso possiamo citare, sempre a titolo di esempio:

– Luigi Tenco;

– Fabrizio De André;

– Enrico Ruggeri;

– Max Pezzali;

– Jovanotti;

– Francesco de Gregori

Molto si è scritto sulle similitudini tra le due discipline e quindi non voglio addentrarmi e invito chiunque intenda approfondire di farlo attraverso la lettura di numerosi testi sull’argomento (molto materiale è anche reperibile su internet).

Comunque sembrerebbe che in entrambe le discipline entrino in gioco gli stessi processi cognitivi.

Poi non dimentichiamoci che tutte e due richiedono impegno, dedizione, sacrificio.

Un pianista professionista, per prepararsi ad esempio a un concerto per pianoforte e orchestra, studia mediamente nove ore al giorno alternando esercizi come scale e arpeggi, all’approfondimento della partitura e questo identico sacrificio lo ritroviamo anche negli scacchi in quanto i professionisti, per gareggiare ad alti livelli, devono sottoporsi a una rigorosa disciplina pena la perdita del titolo precedentemente conquistato.

Ad ogni buon conto, anche nello strumento (ad esempio il pianoforte) la stessa improvvisazione (sia che si parli di Blues che di Jazz), segue delle regole ben precise di armonia e quindi richiede un approfondito studio per essere messa in pratica.

Esiste tra l’altro una relazione molto stretta tra la musica e la matematica e quindi un accostamento tra quella che è razionalità e sentimento.

Ad esempio, nel suonare il pianoforte (che è uno strumento percussivo) si pigiano con le dita i tasti che a loro volta mettono in moto dei martelletti che percuotono le corde emettendo un suono.

Se noi immaginiamo di tendere una corda e mettere un ponticello esattamente alla metà, otterremo due suoni identici ma con ottave diverse (uno più grave e l’altro più acuto).

Se poi questo ponticello lo mettiamo ad esempio a 2/3 otterremmo un suono che è equivalente alla quinta della nota precedentemente suonata (se la prima nota era un Si bemolle, avremo quindi la sua quinta ovvero un Fa).

Mettendolo a ¾ avremmo un intervallo di quarta (in questo caso un Mi bemolle).

La musica si incontra con la matematica anche nella ritmica ovvero, ad esempio, una misura di 4/4 è suddivisibile in ottavi che a loro volta possono essere suddivisi in sedicesimi e questo ci fa capire la stretta relazione tra le due discipline.

Naturalmente poi nell’esecuzione intervengono altri fattori come ad esempio delle pause, dei momenti più forti e altri meno forti, ma la scansione delle misure sarà sempre e comunque quella basata su concetti matematici.

Se poi parliamo delle scale musicali (prendiamo a prestito la scala di do maggiore), la sua costruzione è suddivisa in toni e semitoni e, più precisamente, due intervalli di tono tra il Do e il Mi (Do – Re e Re- Mi) un semitono (tra il Mi e il Fa) e infine altri tre toni e un semitono.

Quindi i musicisti sanno perfettamente che una scala maggiore è composta da 2 toni e 1 semitono nonché da 3 toni e 1 semitono.

Preferisco al momento fermarmi qui sulla relazione tra scacchi, matematica e musica perché desidero ora approfondire un altro argomento che mi sta molto a cuore ovvero la relazione tra gli scacchi e il judo.

Spesso ho sentito descrivere la lotta di Judo come una partita a scacchi in movimento.

Non mi ero mai soffermato molto su questa descrizione ma da quando frequento il mio circolo di scacchi, devo dire che in effetti vi sono molte similitudini.

La cosa che immediatamente salta all’occhio è che in entrambe i casi si tratta di un combattimento che, seguendo determinate regole, porta uno dei due contendenti alla vittoria, alla sconfitta oppure al pareggio.

Negli scacchi si deve riuscire a fare prigioniero il Re tramite lo scacco matto e nel Judo si deve riuscire a sconfiggere l’avversario oppure costringerlo alla resa.

Tecnicamente il Judo può essere definito come un metodo d’educazione fisica e mentale basato su una disciplina di combattimento, d’attacco e difesa, a mani nude.

La stessa cosa però accade nel gioco degli scacchi in quanto viene simulata una battaglia tra il bianco e il nero.

Il Prof. Jigoro Kano, creatore del judo amava dire ai suoi allievi:

“Solo dopo aver tanto combattuto, così da arrivare al di là della nozione di vittoria e di sconfitta, si aprono le porte di una visione d’amore nella vita. Il combattimento di Judo è come una vaccinazione contro la violenza: la si affronta a piccole dosi, la si vince dentro se stessi e infine si acquista la capacità (o la saggezza) di riflettere nelle diverse situazioni della vita”.

Esistono poi delle similitudini che si trovano proprio nel corso dell’allenamento e nella gara.

Ad esempio nel Judo è fondamentale salutare rispettosamente il Tatami, in quanto luogo della pratica, il Maestro e, ancor di più, i compagni di allenamento oppure l’avversario in gara (questo avviene all’inizio del combattimento ma anche alla fine).

Negli scacchi c’è meno formalità ma prima di un incontro si usa stringere rispettosamente la mano dell’avversario e augurargli di fare una buona partita.

Nel Judo poi, nel corso dell’allenamento, non è solo il Maestro che insegna agli allievi ma ogni atleta con cintura di grado superiore è tenuto a correggere gli errori che nota nel compagno meno esperto.

Questa modalità di incontro la sto trovando anche nel mio Circolo e mi sta aiutando a crescere in modo non indifferente.

Sovente mi sono trovato a giocare con qualcuno più esperto (diciamo che nei circoli si trovano facilmente persone veramente preparate che giocano a scacchi da anni e hanno anche esperienza di gara) e i loro consigli sono preziosi al pari di qualsiasi lezione teorica.

Un’altra realtà che non mi aspettavo di vedere è la forte partecipazione alla vita del circolo di bambini e/o ragazzi che, iniziando da piccoli, potranno sicuramente diventare dei giocatori molto forti da adulti.

Inutile dire che questa attenzione nei confronti dei bambini e ragazzi esiste anche nelle palestre dove si pratica il Judo.

Negli scacchi poi esiste molta teoria, con lo studio approfondito delle aperture, del medio gioco e dei finali e poco viene lasciato al caso (anche se naturalmente il giocatore esperto saprà creare qualche cosa di nuovo nel corso di una partita).

Nel Judo la realtà è simile in quanto esiste uno studio approfondito delle tecniche di attacco, di quelle in combinazione, delle contro tecniche e della difesa.

L’atleta di Judo normalmente segue una sua strategia e, nel corso del combattimento, cerca di preparare il terreno per mettere in atto il suo Tokui-waza (ovvero la tecnica preferita, il suo speciale).

Naturalmente più l’atleta è esperto e maggiore sarà il bagaglio di conoscenze che lo porteranno a vincere seguendo anche il suo istinto.

Lo stesso accade negli scacchi in quanto sono ben forti i concetti di strategia e tattica.

Molto conta anche il lato psicologico che è fondamentale sia nel Judo che nel gioco degli scacchi.

Nel Judo più l’atleta è esperto e maggiore è la sua percezione della psicologia dell’avversario. Questo potrà tornargli utile nel corso del combattimento per capire non solo con quale tecnica attaccare ma anche il giusto momento e le falle nella difesa avversaria.

Niente di più simile di quello che accade quando ci si siede di fronte a una scacchiera.

Un’ultima considerazione desidero farla circa la resa.

Infatti l’obiettivo del combattimento e quello principalmente di proiettare l’avversario facendolo cadere con la schiena sul tatami ottenendo una vittoria immediata (esistono comunque anche dei punteggi intermedi) ma si può vincere anche attraverso le cosiddette tecniche di controllo.

Le tecniche di controllo consistono in una immobilizzazione al suolo o “presa” (osae komi waza), una tecnica di lussazione o “leva” sul gomito (kansetsu waza) o uno strangolamento (shime waza).

In questo caso ho notato una differenza tra le due discipline nel senso che spesso anche grandi giocatori di scacchi, quando ritengono di non poter più proseguire il gioco, lo abbandonano dichiarandosi sconfitti tramite la resa.

Nel Judo, invece, la resa è praticamente immediata quando si sta subendo una tecnica di lussazione o “leva” sul gomito (kansetsu waza) o uno strangolamento (shime waza).

Nessuno vuole che gli atleti si procurino danni e quindi chi sta subendo una leva articolare oppure uno strangolamento potrà (anzi dovrà) battere due volte la mano sul tatami (oppure anche con il piede se gli arti superiori sono bloccati) o anche o dicendo maitta, che in giapponese significa “mi arrendo”

Per quanto riguarda invece l’immobilizzazione al suolo, l’atleta ha un certo numero di secondi per cercare di liberarsi e sono frequenti i ribaltamenti di fronte proprio in questa fase del combattimento dove da immobilizzato si può diventare colui che immobilizza.

È per questo che faccio un po’ di fatica a concepire la resa negli scacchi in quanto vi sono molte opportunità per arrivare a una patta ad esempio per stallo oppure per ripetizione di mosse o anche per scacco perpetuo.

Certo, se si fronteggia un avversario esperto sarà ben difficile indurlo nell’errore ma ritengo, a mio modesto avviso, che potrebbe sempre valere la pena tentare.

Spero che queste mie riflessioni siano gradite e attendo volentieri dei commenti costruttivi per crescere sempre di più nel mondo degli scacchi.